Tre uomini in barca (per non parlar del cane)

Il 24 aprile, a Siena, in una camera del Borgo Grondaie, sdraiata sul letto, sto leggendo Tre Uomini in Barca, quando, all’improvviso inizio a ridacchiare.

– Cosa ridi? mi dice M. smettendo di picchiettare sul computer.

– Parla di una vacanza in barca, senti:

“Parti di lunedì con l’idea fissa di divertirti. Saluti con disinvoltura i ragazzi sul pontile, ti accendi la pipa più grossa che hai e cammini sul ponte con aria tracotante neanche fossi il capitano Cook, Sir Francis Drake e Cristoforo Colombo tutti in uno. Martedì vorresti non essere mai partito. Mercoledì, giovedì e venerdì vorresti essere morto. Sabato sei in grado di sorseggiare qualche cucchiaiata di brodo ristretto, e di sederti sul ponte, e di rispondere con un sorriso languido ed esangue alle persone di buon cuore che ti domandano come va. Domenica ricominci a camminare e a ingurgitare cibi solidi. E lunedì mattina, mentre con la valigia e l’ombrello, in piedi davanti al parapetto, aspetti di scendere a terra, incomincia a piacerti davvero.” 

– e allora?

– come allora? mi fa ridere.

– a me no, al massimo mi fa sorridere.

–  è tragicomico, io mi immedesimo nel turista sfigato. Ti ricordi quando eravamo a Miami e non riuscivamo ad uscire dall’aereoporto?

– Non vorrai mica raccontarlo nel blog?

– Sarebbe una storia molto divertente.

– Scordatelo.

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La caratteristica principale di  Tre uomini in barca (per non parlar del cane), di Jerome K Jerome è che è un classico dell’umorismo inglese scritto alla fine dell’800. Sentirete persone che vi diranno “ho riso ad ogni pagina”  oppure, se leggete le critiche e i blog  troverete il romanzo descritto con queste espressioni: “il romanzo è pieno di gag spassosissime”, “continui colpi di scena”, “molte sorprese”, “le gag comiche sono un  ingrediente fondamentale”, “l romanzo risulta interessante soprattutto grazie all’ironia con cui vengono raccontate le straordinarie avventure dei tre amici”. Ecco, no. Non esattamente. Con queste premesse vi aspetterete di ridere a crepapelle, invece vi troverete a sorridere, sì, quasi ad ogni pagina e forse, con tali aspettative rimarrete un po’ delusi.

Il romanzo, scritto alla fine del 1800, è scritto con humor inglese, che fa sì, sorridere, e solo in alcuni punti, se vi immedesimate, come è successo a me, potrete ridere di cuore. Inoltre “continui colpi di scena” non è il modo in cui descriverei il pigro viaggio dei tre amici inesperti di navigazione sul fiume Tamigi. Il libro nacque come guida di viaggio e solo in un secondo momento venne arricchito dall’autore con digressioni comiche e con le avventure di tre amici (e il cane di uno di questi): sono giovani, benestanti, si annoiano e decidono di partire per un viaggio in barca.

4 commenti Aggiungi il tuo

  1. Carlo Menzinger ha detto:

    Provai a leggerlo quando avevo forse 10-12 anni, ma mi annoiò a morte. Dovrei riprovarci da adulto, ma non oso.

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    1. Una lettrice ha detto:

      è il problema dei libri che “ci deludono” per qualche motivo (aspettative, cattiva traduzione).
      Non so cosa consigliarti, forse di passare oltre.

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  2. Pendolante ha detto:

    Un libro noto che non ho mai affrontato. Il tuo post invoglia…. comunque anch’io non riuscivo a uscire dall’aeroporto di Toronto. Solo dopo 5 tentativi ce l’ho fatta

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