La vita è ciò che ci accade mentre ci occupiamo d’altro

Tempo fa avevo scritto su questo giornale che i settant’anni potevano essere belli, belli da vivere. Ora mi chiedono: e i novanta? I miei novanta non sono male, anzi ne ho aggiunto un altro e ora ne ho novantuno. Io sto abbastanza bene. Ma ho visto tanti miei amici star male dopo gli ottanta, amici molto cari con cui ancora scambiavo pensieri e sentimenti; uno che non sa consolarsi per la morte della moglie e ne muore, un altro per la stessa ragione vorrebbe morire e tira avanti come può, un altro non può camminare più come una volta, e uno sta perdendo la memoria, un altro è diventato cieco, due si sono suicidati buttandosi da un balcone. E non parliamo delle malattie.

Come si fa a non preoccuparsi? E un pensiero centrale, un pensiero molto semplice, un pensiero dominante anche per un novantenne come me che sta benissimo, eccolo che rispunta continuamente: più andrai avanti con gli anni peggio sarà, niente di buono in futuro puoi aspettarti.Di questo parlavo ieri con un amico, un altro sopravvissuto come me, ieri a telefono; e adesso non ricordo più il suo nome, che so, so benissimo.

I nomi vigliaccamente ti scappano, anche quelli che dovresti assolutamente ricordare, che sarebbe ovvio tu ricordassi. E non solo la memoria si deteriora, anche l’udito, e adesso se vai al ristorante non puoi più fare conversazione, meglio evitare il ristorante, il piacere di stare insieme a tavola con gli amici. Sopportare tutto questo «non è impresa da poco», ma se ci metti su anche la sofferenza del mondo e tutti quei morti che ogni giorno s’accumulano, quelle montagne di morti, quei milioni di morti nelle stupide guerre, e quelli che a centinaia annegano prima di arrivare a Lampedusa, a volte desideri di esser morto anche tu.

E dove la mettiamo la noia dell’Italia, una noia anch’essa mortale? L’antica immutabile Italia delle Cose Incompiute o Malcompiute, il diritto, la legge, il debito pubblico, le carceri, il populismo, Berlusconi, la burocrazia, le tasse, le lobby, le cosche, gli assassini, la pubblicità, il misero battibecco partitico. L’Italia dove tutte le cose assurde avvengono normalmente, e navi grandi quanto una città passano impunemente davanti al Palazzo Ducale e se ne impipano, e pensioni da 20, trenta e perfino 90 mila vengono pagate senza batter ciglio, perché è legale anche se immorale. Se a questo inestricabile «gliommero» delle italiche concause si aggiunge la malinconia dei novant’anni, no, non è impresa da poco sopportarlo.

A volte quando mi sveglio la mattina e penso che ho un’altra giornata davanti e mi fa fatica perfino vestirmi, cerco disperatamente di annotare su un taccuino tutte le cose che potrei fare per fingermi una vita normale, per ingannare il tempo e la noia. Segno il titolo di un libro da leggere, l’idea di un articolo da scrivere, una telefonata da fare a un amico, qualcosa da comprare al supermercato vicino, il giornale, il caffè al bar d’angolo; non c’è molto da scegliere, anche perché se fai due passi la stanchezza fisica spesso sopravviene, una enorme stanchezza, il cosiddetto peso dell’età.

Ne ho parlato anche col mio amico Presidente. Ma come fai? Non sei stanco? Eh, sì, certamente anche lui, oltre ai nostri guai che ogni giorno s’accolla, sente il peso della stanchezza fisica, non lo dice, non può dirlo, ma sono certo che la sente. E anche il peso della politica. Simpatia vuol dire soffrire insieme, io provo simpatia per lui, perché penso alla stanchezza, anche se lui è più giovane di me di qualche anno. Lui ha troppe cose da fare, io troppo poche, lui certo non s’annoia come me, non ha bisogno di inventarsi come riempire la giornata, basta leggere il giornale per capire che non ne ha bisogno, ci pensa l’Italia a dargli da fare.

In tutti questi anni una cosa ho capito, che è inutile lamentarsi. «L’universo fa il suo mestiere», cioè tu o uno scarafaggio, per la forza vitale che muove il mondo e continuamente afferma la sua potenza cui devi naturalmente partecipare se vuoi o se non vuoi, tu o uno scarafaggio avete la stessa importanza. «Io grido e tu non mi rispondi», dice Giobbe al Dio della Bibbia. Ma a me sembra che a volte Dio mi risponda quando una mattina qualsiasi apro la finestra e la luce di una bella giornata romana inonda la stanza e tutto illumina il mondo. Allora il mio umore cambia e una specie di speranza, di lieto fine indefinibile, s’accende nel mio cuore. Io insomma mi sento rinascere e non ho più novant’anni.

Raffaele La Capria, – Corriere della Sera – Riproduzione Riservata. Pagina 33 (30 gennaio 2014) 

Raffaele La Capria è l’autore di Ferito a morte, Bompiani, 1961.

E in questo articolo, mi ha fatto commuovere. Questo è il suo sito http://www.lacapria.it/

4 commenti Aggiungi il tuo

  1. Stupenda….
    Non posso non linkarti questo http://mydayworth.blogspot.it/2013/05/confidenziale-lettere-dagli-amici.html
    E’ stata davvero una serata speciale averlo nel Salotto di Giuditta.

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  2. Bia ha detto:

    Bellissimo, commovente, straziante e meravigliosamente vero.

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  3. LettoreDisoccupato ha detto:

    … e sembra applicabile a tante situazioni della vita. Credici o meno, ma un po’ mi ci sono immedesimato, soprattutto nel punto in cui parla della fatica di alzarsi dal letto e della ricerca di cose da fare… e sai benissimo a cosa mi riferisco…

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