un matrimonio in provincia.

La provincia è quella di Novara, dove tra risaie, campi, passeggiate sotto i portici, folerie tra ragazzine, si schiude una storia di vita comune, vera come la luce fredda dell’inverno.
È un libro di 100 pagine appena, permeato da una strana, amara, ruvida e grigia allegria.

Prendo in prestito alcune parole di Natalia Ginzuburg, autrice della prefazione al libro per spiegare l’atmosfera che si respira in questo breve romanzo scritto nel 1885 e ancora attuale.

(Prefazione che vi consiglio di leggere solo alla fine della lettura del libro perché contiene spoiler su tutta la trama e sulle ultime, fulminanti e meravigliose, parole del finale)

Mia madre lesse il libro prima di me. Lo trovò “buffo, divertente, bellissimo”. In casa mia lo lessero tutti e lo trovarono bello e divertente. Ne parlarono e ne risero molto. Dissero che io certo l’avrei trovato noioso. Se volevo potevo leggerlo ma non mi sarebbe piaciuto. Era un romanzo d’amore, dissero, e non parlava di bambini. A me non piacevano i romanzi d’amore e volevi che nei libri che mi davano ci fosse almeno un bambino. Avevo fratelli più grandi di me e cercavo, nei libri e ovunque, presenze di bambini. Ma non sapevo mai che libri leggere e così lessi questo.

Lessi con grande noia le prime pagine, dove c’era quello che più odiavo incontrare nei libri, e cioè una descrizione. Questa descrizione mi sembrò molto lunga. Era una minuziosa enumerazione di suppellettili e stanze. (…)

Ciò che trovavo strano qui, era un modo di presentare le persone e i fatti senza colorarli di rosa né sollevarli in una sfera nobile, un modo ruvido, allegro e sbadato a cui non ero abituata nei libri, perché i libri che di solito leggevo erano traboccanti di miele, e io vi aggiungevo ancora altro miele che tenevo in serbo apposta per riversarlo sui libri, trovando sempre molto difficile riversarlo sulle persone di casa mia, le quali mi sembravano sempre sbadate e brusche, con gesti e risposte per me sempre ruvidi e inaspettati.
Così mentre leggevo questo libro mi sembrò di essere fra persone molto simili a quelle di casa mia, e mi sembrò di essere cascata nell’acqua fredda avendo conosciuto fino allora nei libri solo acque profumate e tiepide.

Luoghi e persone avevano dei contorni solidi, asciutti e forti, e io davanti a loro mi tiravo indietro. Miele in loro non ne trovavo e non potevo né estasiarmi contemplandoli né festeggiarli. Il colore era quello di una giornata invernale nevosa e nebbiosa, lo stesso che avrei visto di là dai vetri della mia finestra se avessi alzato lo sguardo.

Lessi e rilessi questo romanzo innumerevoli volte, tra i sette e i quattordici anni. Non potevo inventare per loro eventi diversi e migliori, perché qui le cose erano come erano e io non potevo spostarle nemmeno in un centimetro.

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