Umberto Eco sul perché non dovete mandare manoscritti a una casa editrice.

“(…) un bravo editore è ansioso di scoprire nuovi talenti ma non si fida dell’autore che spunta improvvisamente dal nulla. Va cercare il talento là dove si forma, così come avviene nello sport, ed è raro che qualcuno arrivi ad essere assunto come centravanti della Juventus se non è stato scoperto e apprezzato mentre giocava in una squadra di serie B, e prima di serie C, e prima ancora nella squadra della polisportiva locale o dell’oratorio salesiano.La vita letteraria, almeno dai tempi di Catullo sino a oggi, è fatta di gruppi, di persone anche giovanissime che s’incontrano e si scambiano i loro lavori, poi li pubblicano su una piccola rivista, poi su una più nota, e passano, per così dire, una prima selezione da parte dei loro pari. Ed è lì che l’editore va a cercare le personalità interessanti. È verissimo che può esistere anche il genio sconosciuto, che vive in un paesino isolato dal mondo, ma di solito ogni attività “creativa” si svolge tra gli altri, e in questo modo si affrontano i primi giudizi, si impara. Se un editore cerca qualcuno capace di fargli una buona biografia di Giulio Cesare, va a sfogliare le riviste di storia, o i programmi dei convegni sulla storia romana. Solo così sa che una persona, che sostiene di essere esperta su Giulio Cesare, è già stata valutata da chi segue queste cose, e ha così una prima garanzia. Ma lo stesso avviene anche per i giovani poeti, che incominciano ad apparire su piccole riviste di poesia, o ricevono il premio di poesia per i liceali di Roccacannuccia, e iniziano a farsi conoscere. Se non hanno saputo arrivare almeno sino a quel punto, dove stavano, con chi si misuravano?”

Qui tutto l’articolo: http://www.golemindispensabile.it/index.php?_idnodo=6120&_idfrm=107

5 Comments Add yours

  1. giorgio ha detto:

    Sarà vero che fare questo tipo di selezione dà più garanzie, ma escludere a priori i manoscritti inviati da sconosciuti, forse è un po’ esagerato. Piccola provocazione: su quale piccola rivista letteraria pubblicavano Fabio Volo e Federico Moccia?

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    1. Una lettrice ha detto:

      Guarda la data in cui Umberto Eco scrive questo articolo… 😉 non c’erano ancora Moccia, Volo e nemmeno le schiere di calciatori/cantanti/semifamosi che scrivevano libri. In linea di massima quello che vuole dire Eco è che se l’Editore non è certo di avere un mercato di riferimento per quel libro, non lo pubblica. Calasso scrive che l’editore è una figura che si avvicina molto al giocatore d’azzardo: oggi, con la crisi, il rischio che ci si prende è sempre più basso. Quindi avere un mercato di riferimento è sempre una garanzia: ovviamente Fabio Volo con TV, radio etc era ed è molto conosciuto, per cui quando si compra un suo libro si compra il marchio “fabiovolo” prima ancora che il contenuto del libro…

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      1. giorgio ha detto:

        My fault, la data mi è sfuggita. Comunque mi sono allontanato dall’editoria tanto tempi fa proprio perché ero stato scavalcato nelle preferenze dell’editore da uno più “commerciale” di me. Da qui (e da tante altre situazioni) il mio disappunto.

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      2. Una lettrice ha detto:

        io comunque sono dell’idea che si pubblicano troppi libri.

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      3. giorgio ha detto:

        Su questo mi trovo d’accordissimo. Il fatto che escano vagonate di libri su argomenti che “sono di moda” (cani, vampiri, ninfomani…) mi allontana sempre di più dalle librerie. Quello che fa davvero schifo è che ormai sono gli editori a scegliere cosa dobbiamo leggere, e noi spesso ci caschiamo con tutte le braghe!

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